Infodemia: come combattere il virus che ha contagiato l’informazione?

La pandemia ha messo a nudo la debolezza del nostro sistema di informazione e sul fronte del giornalismo in ambito medico si è notata una certa superficialità, da parte di alcuni, nel trattare argomenti scientifici come fossero pezzi di cronaca, senza un controllo e una trasparenza sulle fonti. L’infodemia, termine usato dall’OMS proprio nelle prime settimana dall’esplosione dell’epidemia per indicare la pericolosità di diffondere certe informazioni, è stato (ed è ancora) uno tsunami che non riusciamo a controllare: una pioggia di notizie in cui si incrociano e si confondono verità e falsità, dicerie e conferme, ipotesi, assiomi, teoremi. In tutto questo, il giornalismo nostrano non ha saputo fare da argine, ma in molti casi è stato megafono di questa informazione distorta: titoli fuorvianti e sensazionalistici, pre print scambiati per paper pubblicati in peer review, verità relative scambiate per verità assolute, dati su contagi e morti snocciolati ora per allarmare, ora per tranquillizzare. Se oggi le persone sono confuse sulla reale pericolosità di questo virus (su cui in realtà non dovrebbero esserci dubbi) è anche responsabilità di chi fa informazione giornalistica, lasciando da parte la comunicazione di politici, medici e divulgatori, i quali anche loro, in molti casi, hanno dato pessimi esempi. Il giornalismo medico e scientifico, negli ultimi venti anni, è stato depauperato di quelle figure e competenze che lo hanno reso grande tra gli anni 80 e 90. Un po’ come la sanità, anche questo tipo di giornalismo in questi anni non è mai stato considerato strategico.

Da cosa ripartire? Dalla verità e dalla verifica delle fonti. E dalla lentezza, intesa come racconto della notizia che si prende il tempo di approfondirla, non cerca il clic, il sensazionalismo o lo scoop. Ragioni di business a parte, il giornalismo deve tornare a svolgere la sua funzione pubblica ed essere al servizio del lettore.